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Siamo da sempre abituati a concepire il logo di lavoro come il tempio della razionalità.

Ma è davvero così che vanno le cose?

La risposta è semplicemente una: nient’affatto!.

In questo articolo vorremmo approfondire un connubio un po’ insolito: quello tra emozioni e professionalità, cercando di fornire qualche spunto su come imparare a farli convivere pacificamente.

Lavoro ed emozioni: sfatiamo un tabù

Sebbene ci abbiano sempre fatto credere il contrario, la propria attività lavorativa è una fucina di emozioni.

Dalla rabbia per una promozione mancata, alla soddisfazione nel veder riconosciuti i propri sforzi.

E questo soltanto per nominare le più vivide e intense.

Ma che ne è della noia dello svolgere compiti ripetitivi, o del piacere di un buon caffè a metà mattina?

Ed ecco tratteggiato un piccolo-grande affresco delle sfumature emotive che sperimentiamo quotidianamente.

…eppure fino a oggi era considerato quasi tabù pensare di associare il lavoro alle emozioni!

Ma facciamo un passo indietro, e partiamo dall’etimologia della parola “emozione”.  Questa deriva dal latino “emovere”, in cui il prefisso “e” funge da rafforzativo. Pertanto, otterremo l’equivalente di muovere, agitare, scuotere.

Quindi l’emozione è un qualcosa che smuove, che sollecita…e che determina l’azione.

Se ci soffermiamo un attimo a riflettere su questo aspetto, ci accorgiamo subito della sua ovvietà.

In un contesto in cui ci si sente demotivati e poco apprezzati, la produttività non potrà che risentirne negativamente.

Al contrario, in un ambiente stimolante in cui il singolo è valorizzato, il flusso di lavoro è quantomai dinamico.

Tuttavia, non bisogna cadere nel tranello di crederlo un rapporto unidirezionale.

Non sono soltanto le emozioni a influenzare le nostre azioni e decisioni, ma vale anche la relazione opposta. Anzi, ha molto più valore per noi esserne consapevoli.

Facciamo una piccola digressione per comprendere meglio questo concetto.

Quello delle emozioni è un meccanismo alquanto complesso, ma per semplificare possiamo asserire che, in linea di massima, queste sono determinate dai nostri pensieri.

I nostri pensieri, a loro volta, sono il riflesso di come interpretiamo la realtà.

Partendo dall’assunto che avere il pieno controllo dei propri pensieri – e di conseguenza anche delle emozioni – è pressoché impossibile per le persone comuni, bisogna necessariamente agire sul fonte opposto.

Ovvero: agire attivamente per influenzare quelle emozioni e quei pensieri che con la sola forza di volontà non potremmo cambiare.

Ecco, quindi, che nel panorama aziendale si profila sempre più la necessità di formarsi nel campo della gestione emozionale, l’Emotional Management, appunto.

Emotional Management: di cosa si tratta

Chiariamo sin da subito che imparare a gestire le emozioni non significa in alcun modo soffocarle, tutt’altro.

Significa riuscire utilizzarle in maniera efficace per comunicare ed empatizzare con team, clienti, colleghi o capi.

Il primo passo in qualsiasi strategia di questo tipo è imparare a riconoscerle in sé stessi e negli altri. In sé stessi per abituarsi ad accettarle, negli altri per entrare in sintonia col loro stato d’animo.

Il secondo step consiste nel comunicarle (anche e soprattutto quelle negative).

In uno studio condotto tra il 2018 e il 2020 su un totale di 2500 impiegati, si è rilevato che:

  • i lavoratori si fidano molto di più dei colleghi capaci di riconoscere le emozioni negative
  • e, parallelamente, ignorare le emozioni diminuisce la fiducia

Insomma, l’empatia, l’entrare in sintonia con l’altro sembrano essere tasselli indispensabili per costruire un ambiente sociale favorevole.

In terza battuta vengono, poi, tutte quelle strategie di cui parlavamo in precedenza, ovvero quei modi di agire che, in maniera più o meno indiretta, riescono ad influenzare le nostre e le altrui risposte emotive.

Tra le più facilmente applicabili possiamo annoverare:

  • intensificazione e de-intensificazione, ovvero cercare di modulare la propria risposta emotiva ad un evento in relazione all’effetto che volgiamo sortire. Ad esempio avere un atteggiamento più propositivo nei confronti di un collega che ci risulta antipatico, o, al contrario, attenuare il disappunto quando si riceve un rimprovero da un proprio superiore
  • neutralizzazione, che equivale ad assumere un certo autocontrollo, ad esempio non rispondendo alle provocazioni

Bisogna, tuttavia, tener presente che imparare a gestire le proprie emozioni non è un atteggiamento che si impara in breve tempo, e soprattutto che è una palestra che durerà per l’intera vita lavorativa (e non).

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