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Il movimento #4DayWeek sta gradualmente salendo alla ribalta in tutto il mondo. I dipendenti chiedono più tempo libero e alcune aziende stanno ammettendo che una settimana lavorativa più breve potrebbe migliorare

  • salute
  • benessere
  • e produttività dei lavoratori.

 

E’ tutto ancora in fase sperimentale. Ma cosa c’è dietro quest’esigenza? E cos’hanno riscontrato tutte quelle realtà produttive che, in numero sempre maggiore, stanno adottando la settimana lavorativa di 4 giorni?

 

In questo articolo cercheremo di far luce su un fenomeno che, presto o tardi, interesserà tutti noi in prima persona.

L’assunto fondamentale della #4DayWeek è che la riduzione dell’orario lavorativo non preveda alcuna decurtazione salariale.

…altrimenti staremmo parlando di part-time.

 

Il movimento globale è passato dall’essere un fenomeno di nicchia, al diventare ormai oggetto di conversazione quotidiana.

E sta anche crescendo velocemente.

Nel 2018, si contavano poco più di 10.000 persone in tutto il mondo a mettere in pratica quello che allora era considerato alla stregua di uno stile di vita, il #4DayWeek appunto.

Oggi si contano più di 200 aziende in tutto il mondo ed il #4DayWeek è diventato una strategia di gestione aziendale.

Tra i pionieri in Italia troviamo Ducati, leader mondiale nella produzione automotive.

Qui, già a partire dall’ormai lontano 2014, si è introdotto un sistema di turni unico al mondo: 3 giorni su turnazione più due di riposo. Per un totale di 30 ore settimanali pagate l’equivalente di 40 ore.

Il risultato è stato immediato: assenteismo diminuito e un aumento della produttività di oltre il 40%.

Trattandosi, tuttavia, di un fenomeno ancora con pochi riscontri a livello statistico, non mancano voci di dissenso.

I critici, infatti, asseriscono che non ci sia modo di garantire che una settimana di 4 giorni abbia concreti risvolti positivi, tanto in termini economici, quanto in termini di produttività.

 

Chi è a favore, invece, sostiene che una settimana lavorativa composta di soli quattro giorni migliori il benessere psico-fisico globale del lavoratore, offrendo  più tempo per il relax, gli hobby e i viaggi.

E uno scenario così positivo, non può che tradursi in un aumento del rendimento medio complessivo sul posto di lavoro.

Riflettendo un attimo sui risvolti pratici di una settimana lavorativa corta, balza subito all’attenzione l’avere più tempo da dedicare alle gite fuori porta.

Maggiori possibilità hanno le persone di viaggiare, maggiori sono gli introiti per il settore turistico. Il che si tradurrebbe in una ricaduta positiva per tutto l’indotto: cultura, intrattenimento, ristorazione, ecc.

Un bel vantaggio, no?

…e tutto questo solo da un punto di vista meramente economico.

In realtà, l’intento del #4DayWeek è introdurre il lavorare meno come fattore culturale, non soltanto quantitativo.

In altre parole, si tratta di un fenomeno mosso da persone che vogliono riappropriarsi di libertà, socialità e tempo libero.

L’era dell’individuo adulto assimilato per antonomasia alla figura del lavoratore pare essere al tramonto.

Sembra che l’umanità si stia pian piano riscoprendo per ciò che realmente è: una società fatta di persone, e non un esercito di lavoratori votato al dogma della crescita del PIL.

Le persone che chiedono a gran voce di riappropriarsi dell’unica vera ricchezza dell’essere umano: il tempo.

Anche la Storia, quella con la S maiuscola, pare essere tutta a favore dei pro. Non sembra un caso, infatti, se tutte le società più progredite a livello globale siano quelle dove gli orari lavorativi – ormai da un secolo a questa parte – si sono assestati tra le 30 alle 40 ore settimanali.

E non sembra nemmeno tanto accidentale il fatto che ad averla adottata in modo pionieristico siano tutte aziende altamente specializzate, fiori all’occhiello dell’economia globale in settori quali la tecnologia e l’innovazione.

Contro-intuitivamente, parrebbe che l’equazione più si lavora, più lo Stato diventa ricco non stia in piedi.

La realtà è che ci troviamo in uno scorcio storico di grandi trasformazioni tanto tecnologici quanto di paradigmi e convenzioni sociali.

La tecnologia e l’innovazione hanno rivoluzionato i classici schemi lavorativi, diminuendo di fatto l’esigenza che il lavoratore sia presente 8 ore al giorno davanti allo schermo di un PC.

Fenomeni come la pandemia, poi, hanno messo ancora di più in luce quanto questi modelli siano ormai vetusti, e quanto ci sia bisogno di flessibilità anche nella gestione dei propri tempi lavorativi.

Vogliamo concludere indicando due fattori che senza ombra di dubbio trarrebbero enormi vantaggi dall’adozione di una settimana lavorativa più corta:

  • diminuzione della disparità di genere. Com’è noto, infatti, le donne, oltre alle tante altre fonti di discriminazione, sono spesso costrette a richiedere il part-time per conciliare lavoro e vita privata. Ciò fa sì che in media le quote rosa percepiscano meno dei loro colleghi uomini. Avendo la possibilità di lavorare meno, ma a parità di salario, certamente il genere femminile potrebbe compiere un piccolo passo verso il superamento del gender gap
  • redistribuzione del lavoro. Il fatto che un dipendente lavori meno equivale a dare la possibilità a un’altra risorsa di essere inserita per coprire i turni mancanti. E il tutto, com’è intuibile, si tradurrebbe in una forte spinta positiva in termini di tasso occupazionale complessivo.

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